Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/71

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capitolo vi. 53


e ad altre sconvenienze di maggior momento; e perciò se gli conceda quel lungo termine che suol darsi a chi abita oltremare per emendarsi ed ottenere quindi misericordia o giustizia; frattanto custoditelo in casa vostra, compare, e non permettete che si legga da nessuno. — Sono ben contento, rispose il barbiere„; e senza stancarsi nel leggere altri libri di cavalleria comandò alla serva che pigliasse i più grandi, e li gettasse in corte. Nè ’l disse già ad una stupida o ad una sorda, ma a chi aveva più voglia di dar que’ libri alle fiamme che non di fare una tela per grande e fina che fosse stata; e perciò pigliandone otto in una volta, li gittò fuori della finestra. Ma per averne presi molti ad un tempo avvenne che uno ne cadde appiè del barbiere il quale s’invogliò di conoscere che fosse, e lesse: Istoria del famoso cavaliere Tirante il bianco. “Oh poffare di me! esclamò il curato; ed è pur possibile che qui si trovi Tirante il bianco? A me a me, compare, ch’io conto d’aver trovato in esso un tesoro da rendermi beato, ed una fonte perenne di trattenimento: qui si legge la storia di don Kirieleisonne da Montalbano, valoroso cavaliere, e di suo fratello Tommaso; poi il cavaliere Fonseca, e la battaglia del forte Detriano con l’Alano, e le sottigliezze d’ingegno della donzella Piacerdimiavita, con gli amori e gl’intrighi della vedova Riposata, e finalmente la signora Imperatrice innamorata d’Ippolito suo scudiero. Ad onore della verità mi convien dire, signor compare, che questo supera ogni altro libro del mondo in quanto allo stile. Qui poi i cavalieri mangiano, dormono, muoiono sul loro letto; fanno il loro testamento prima di morire, e vi si riscontrano tante e tante altre cose delle quali non si fa neppur menzione in altri simili libri. Contuttociò colui che lo scrisse (perchè senza necessità scrisse tante scempiaggini) meriterebbe la galera a vita; recatelo a casa vostra; e vedrete di per voi stesso se io m’inganno1. — Non mi oppongo, disse il barbiere, ma che farem noi di questi altri piccoli libri che rimangono? — Questi, rispose il curato, non debbono esser libri di cavalleria, ma piuttosto di poesia;„ ed aprendone uno vide ch’era la Diana di Giorgio di Montemaggiore2. Disse allora (supponendoli tutti dello stesso genere): Questi non meritano, come gli altri, d’essere dati alle fiamme, perchè non recano, nè recheranno giammai il danno

  1. L’autore di questo libro fu probabilmente Juannot Martorel di Valenza. Il traduttor francese ci fa sapere ch’esso manca alla collezione dei romanzi originali di cavalleria posseduta dalla Biblioteca Reale di Parigi, e che fu cercato inutilmente in tutta la Spagna per la Biblioteca di Madrid. Lo tradusse in italiano Lelio Manfredi, e fu stampato in Venezia 1528; poi anche altre volte.
  2. Portoghese. Fu poeta, musico e soldato, e morì nel Piemonte l’anno 1561.