Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/77

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capitolo vii. 59


mangiare, che è quanto mi occorre al presente, e si lasci poi a me la cura di compiere le mie vendette„. Così fu fatto: gli diedero da sfamarsi, dopo di che egli si addormentò di nuovo, lasciandoli tutti sempre più maravigliati delle sue pazzie. In quella stessa notte la serva abbruciò nella corte quanti libri trovavansi per la casa, di maniera che n’arsero molti anche di quelli che meritavano d’essere custoditi perpetuamente negli archivi; ma nol permise il loro destin, nè l’indolenza del revisore, verificandosi così quel proverbio, che talvolta patisce il giusto per il peccatore. Uno de’ rimedi che il curato e il barbiere pensarono intanto di porre in opera per guarire la malattia dell’amico, fu di trasportarlo in un’altra stanza e di murare quella dei libri (affinchè non trovandoli più al suo svegliarsi, tolta la causa, cessassero anche gli effetti), dicendogli poi che un incantatore aveva portato seco la stanza con quanto in essa si conteneva; e tutto ciò fu eseguito con ogni sollecitudine. Dopo due giorni si levò don Chisciotte, e la prima cosa fu di andar a vedere i suoi libri; ma non trovando più la stanza dove l’aveva lasciata, si mise a cercarla per ogni parte. Giunto ove solea essere la porta, tentava il muro colle mani e volgeva e rivolgeva gli occhi dappertutto, senza mai proferire parola; finalmente dopo buona pezza domandò alla serva da qual parte si trovava la camera dove stavano i suoi libri. La serva, già ben avvertita di ciò che dovea rispondergli, disse: “Di quale camera mi parla, e che va cercando, vossignoria? Qua non v’è più camera, non vi sono in questa casa più libri, il diavolo ne portò seco ogni cosa. — Non era il diavolo, no, soggiunse la nipote, ma un incantatore, il quale venne di notte tempo sopra una nuvola dopo la partenza di vossignoria, e smontando da un serpente su cui arrivò cavalcioni, entrò nella stanza, nè so che cosa vi facesse, ma certo è che poco dopo uscì a volo dal tetto, lasciando la casa piena di fumo; e quando noi siamo andate per vedere ciò ch’era seguito, non abbiamo più trovato nè libri nè stanza; e solo ci ricordiamo amendue che quel tristo vecchio nell’andarsene disse ad alta voce di aver fatto tutto quel danno che poi si vedrebbe per l’inimicizia che portava al padrone di quei libri e di quella stanza, e soggiunse che si chiamava il savio Mugnatone. — Frestone1 avrà detto, replicò don Chisciotte. — Non so dire, riprese la serva, se si chiamasse Frestone o Fritone e posso soltanto affermare che in tone terminava il suo nome. — Così è per lo appunto, disse don Chisciotte: è costui un savio incantatore, mio grande e dichiarato nemico. Egli mi odia perchè la sua negro-

  1. Cervantes avrà scritto Fristone, nome del mago che abitava la foresta della Morte, e supposto autore del Belianigi.