Pagina:Dopo il divorzio.djvu/183

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era ghiotta, — ma ciò non ruppe la buona armonia della cena. Dopo cena Brontu volle che Giovanna uscisse con lui a far due passi, e andarono a zonzo, senza meta, per le viuzze deserte del paesello: il cielo s’era fatto limpidissimo, qualche stella filante lanciava il suo filo d’oro sull’orizzonte di cristallo, e nell’aria ondeggiava l’odore dell’erba secca e delle pietre bagnate. Le viuzze erano piene di rena e di fango, ma Giovanna usava le gonne cortissime e le scarpe così grosse che traevano un eco metallico dalle pietre. Brontu se la prese sotto braccio e cominciò a raccontarle delle bugie, come usava spesso per divertirla.

— Zanchine (era uno dei contadini che lo servivano) ha trovato, sai che cosa ha trovato? Un bambino.

— Quando?

— Ma oggi, credo. Zanchine sta estirpando un lentischio quando sente gnuè, gnuè. Guarda. È un bambino di pochi giorni. Ciò poco male; ma ora viene il bello. Ecco una piccola nuvola avanzarsi per l’aria e piombare, ingrandendosi, su Zanchine e rapirgli il bambino. Era un’aquila... Sì, quest’aquila doveva aver rubato il bambino in qualche posto, lo aveva nascosto nella macchia, e vedendo Zanchine che toccava il bambino è piombata, e...

— Va! — disse Giovanna. — Io non ti credo più.

— Che tu possa vedermi ricco se non è vero...

— Va! Va! Va! — ella ripetè un po’ irritata. Brontu sentì ch’ella, invece di divertirsi, diventava di malumore, e le chiese se aveva fatto cattivi sogni.