Pagina:Dopo il divorzio.djvu/251

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 245 —


darsene, perchè lassù, sotto quel cielo fatale, nella morta solitudine dell’altipiano, vigilata dalle sfingi immani delle montagne, si sentiva come stretto da un cerchio di ferro rovente. Tutte le cose, dai fili dell’erba crescente sulle straduccie, ai picchi delle montagne, gli ricordavano il passato. Ogni notte egli si aggirava cauto come una volpe intorno alla casa di Giovanna. Una sera vide la figura alta della giovine donna uscire dal portico e andare verso la loro casetta. Era la prima volta che rivedeva Giovanna, e la riconobbe tosto, nonostante l’oscurità umida della sera un po’ annuvolata: il cuore gli battè violentemente, ed ogni pulsazione era un dolore diverso, un ricordo, un impeto disperato. Egli fu per precipitarsi addosso alla donna, abbracciarla, ucciderla. Poi non gli bastò vederla così, di nascosto, all'ombra: fu invasato dal desiderio di vederla e di farsi vedere alla luce del sole; ma ella non usciva mai, ed egli di giorno aveva paura di passare davanti alla casa bianca.

Un’altra sera, un sabato, udì il riso di Brontu risuonare nel portico, e gli parve udire anche il riso di lei. Gli occhi gli si offuscarono, e provò un’impressione simile a quella sofferta nella traversata da Cagliari a Napoli, quando s’era svegliato col mal di mare.

Intanto fingeva, non sapeva perchè; e tutti gli abitanti di Orlei gli sembravano odiosi. Tutti, anche zio Isidoro Pane.

Qualche volta si domandava meravigliato:

— Perchè sono tornato qui?