Pagina:Dopo il divorzio.djvu/97

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dalle pioggie autunnali, e l’erba chiara e i violacei fiori d’autunno esalavano umidi profumi. Stormi di uccelli selvatici, grandi corvi d’un nero metallico, frusciavano volando, sgorgando dai cespugli di assenzio che sembravano tumuli di cenere, nascondendosi nei boschetti di cisto e nelle macchie di corbezzoli dalle foglie lucenti e dalle bacche acerbe di oro pallido.

In una delle tancas due contadini, servi dei Dejas, incendiavano le macchie, dissodando la terra per seminare l’orzo ed il frumento; le fiamme crepitavano, ancor pallide nella luce, diafane come vetro giallo, spinte dal vento; il fumo svaniva, basso e chiaro, carico di odori come fumo d’incenso. Le siepi delle mandrie, secche e spinose, diramavano un ricamo violaceo nell’aria argentea; le greggie s’erano ritirate, e solo qualche cavallo, scuro, col muso a terra, pascolava ancora. Udivasi la voce di Giacobbe dietro la capanna, qualche tintinnìo di campanaccio, l’urlo rauco e lontano di un cane, il grido rauco e lontano di un corvo.

Entro la capanna, disteso su pelli e pannilani caldi, come un beduino, Brontu seguiva il suo invincibile sogno: il liquore ardente gli bolliva entro il petto, inondandogli il cuore d’una dolcezza calda e profonda.

Ah, come l’acquavite piaceva al giovane proprietario! Gli piaceva, più che per il sapore acuto e l’odore selvaggio, per la dolcezza che, dopo bevuta, gli infondeva nel cuore. Guai però a molestarlo in quei momenti: la dolcezza si cambiava in umor