Pagina:Elogio della pazzia.djvu/11

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xiv proemio

smo sentiva gli abusi della Chiesa e aveva a stomaco il sudiciume monastico; voleva un Ercole che nettasse lo stalle d’Augia, non un Polifemo che dimorasse bestie ed uomini. Amava Lutero, ma i suoi ruggiti gli facevano paura. Ed a Lutero dava noia l’ironia indifferente d’Erasmo; quasi trave aguzzata al fuoco e confìtta nell’unico occhio; onde gli urli e i muggiti che si sentivano fino al lontano mare. L’uno e l’altro immortalmente benefici all’uman genere; se non che Erasmo fomentava senza più gli spiriti d’umanità; Lutero ravvivava e facea divampare gli spiriti divini. — Erasmo profumava d’unguento i piedi al Dio uomo; Lutero gli dava della lancia nel costato; ma ne facea rampollare il sangue di salute.

Erasmo ebbe onestà nella vita, e dignità nelle lettere. Anch’egli, secondo portava l’età, ricorse ai favori dei grandi; ma, quello ch’era allora rarissimo, seppe co’ soli studj e parti dell’ingegno, crearsi un pubblico, e trovarsi un libraio (Froben) che gli valsero più che i grandi, e fu dei primi a fondare l’indipendenza e il decoro degli scrittori.

Erasmo sosteneva contro Scaligero ch’ era stato sempre parco e sobrio, e solo aver un poco sagrificato al tiranno amore, da cui si compiaceva che l’età l’avesse affrancato. Et juvenis cibum, ac potum semper ita sumpsi ut pharmacum. Ac sæpenumero doluit, non licere sine cibo potuque perpetuo degere. Veneri nunquam servitum est, ne vacavit quidem in tantis studiorum laboribus. Et si quid fuit hujus mali, jam olim ab eo tyranno me vindicavit ætas,