Pagina:Elogio della pazzia.djvu/17

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4 erasmo roterdamo

essa tu sei realmente lontano, anzi lontanissimo a comune suffragio. Poi mi rincorai, che questo scherzo d’ingegno meritar potesse particolarmente la tua approvazione, se è vero che di siffatte bagattelle, non plebeo al certo, a quel che me ne pare, nè insulse affatto per sè stesse, dilettando ti vai1, e qual altro Democrito miri e tratti come riso le umane vicende. Sebbene poi per la singolare perspicacia del tuo ingegno sii al certo di gran lunga superiore al rimanente degli uomini, pure per l’incredibile soavità del tuo costume, e per l’affabilità tua particolare, sai e godi (per usar l’espression di Tiberio Cesare) esser l’uomo di tutte le ore.

Or ti piacerà dunque non solo d’accogliere questa picciola declamazione come un presente di un tuo buon amico, ma di prenderla ancora sotto il tuo patrocinio, come cosa a te sacra, e più tua certamente che mia. Imperocchè prevedo benissimo che non mancheranno detrattori, che le si dichiareran contro, qualificandola come una frivolezza indegna di un teologo, e come una satira contraria alla cristiana moderazione: e schiamazzando inoltre declameranno contro di me, come colui, che risusciti

  1. Leggendo questo passo sovvengono alla memoria, fra le altre due facezie di Tommaso Moro. Una volta Arrigo VIII volendo inviarlo con una commissione assai pericolosa a Carlo V, gli rispose, che eseguendola avrebbe potuto costargli la testa. La testa, replicò Arrigo sdegnato! Se avesse tanto ardire, io farei decapitare quanti suoi sudditi trovansi ne’ miei stati. Allora soggiunse il Moro: Io son ben tenuto a Vostra Maestà per la soddisfazione che mi farebbe dare; ma temo che fra tante teste non ve ne possa essere alcuna che s’adatti bene al mio busto.
    Stentando per la gotta a salire il palco, su cui, perdette la vita in difesa della fede, disse ad una guardia: Amico, aiutami a salire che allo scendere non ti darò più incomodo.