Pagina:Eminescu - Poesie, 1927.djvu/155

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Poesie 77


Colle tue ciglia sfiorami le palpebre
ch’io senta l’ebbrezza del tuo abbraccio,
o perduta in eterno, o in eterno adorata!

LXI.

VENEZIA.


S’è spenta la vita della splendida Venezia,
non odi più canzoni, non vedi più lumi di danze;
sulle scalee di marmo, sugli antichi portali
batte solo la luna ed inargenta i muri.

5Okeanos si lamenta nei canali:
egli solo è in eterno sul fior di giovinezza
e vorrebbe alla sua sposa ridare il soffio di vita;
perciò batte ai vecchi muri con onde risonanti.

Come su di un cimitero, il Silenzio si stende sulla città.
10Prete decrepito sopravvissuto al naufragio degli anni,
San Marco batte, sinistro, la mezzanotte.

Con accento profondo, con voce di Sibilla
scandisce lentamente in attimi cadenzati:
Non risorgono i morti, non lo sperar, fanciullo!

LXII.

LA PREGHIERA DI UN DACO.


Quando Morte non era e nulla era immortale,
neppure il seme di luce datore di vita,
quando oggi non c’era, nè domani, nè ieri,sempre,
poi che uno era tutto e tutto era uno,
5quando la terra, il cielo, l’etra e tutto il mondo
appartenevano alla categoria del non mai esistito;
allora Tu esistevi, solo, si ch’io mi domando:
Chi è dunque il dio, cui inchiniamo i cuori?