Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/312

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una interpellanza per sapere se il Governo aveva conferito altri premi, se per il nuovo concorso sarebbesi servito della somma stanziata per il monumento, e se per il nuovo concorso avrebbe determinato il luogo ove doveva sorgere e il concetto cui avrebbero dovuto attenersi i concorrenti. Egli domandò inoltre se il Governo si univa al concetto espresso dal ministro della pubblica istruzione di aprire un Foro Vittorio Emanuele dietro il Pantheon d’Agrippa.

L’on. Depretis rispose che il ministero, conferendo i premi assegnati, era rimasto nella legalità, che sul conferimento di quelli suppletivi non aveva presa alcuna risoluzione, e che in quanto al luogo per il monumento la Commissione era divisa in due parti uguali: una proponeva il colle Capitolino e l’altra l’Esedra di Termini. Dopo la chiusura della Camera avrebbe adunato la Commissione per stabilire il concorso, perchè riconosceva l’utilità e la convenienza di affrettare la grande opera.

L’on. Baccelli per conto suo rispose che l’idea del Foro Vittorio Emanuele era una idea tutta personale e, dopo queste domande e risposte, del concorso non si parlò più per alcuni mesi.

La famosa inchiesta della Biblioteca Vittorio Emanuele ebbe per epilogo un processo contro Carlo Castellani, già prefetto di quella Biblioteca, Nazzareno Bartolucci, impiegato all’università, Luigi Gatti, impiegato giudiziario, Sante Donati, scrivano, Bartolomeo Podestà, direttore della Biblioteca nazionale di Firenze. Erano imputati di non aver comprati molti libri di valore, per i quali si voleva avessero fatto sborsare i danari, e di averne venduti molti preziosi a prezzo di cartaccia. Sei mila volumi erano stati rintracciati da un pizzicagnolo di Firenze. Il Bartolucci era accusato come agente principale; il Donati quale ricettatore, il Podestà e il Castellani quali complici non necessari per negligenza, e il Gatti quale agente principale. Il libraio Bocca non era accusato, ma designato come complice dalla pubblica opinione.

I testimoni d’accusa erano due: il professor Cremona e il barone de Renzis; di difesa un centinaio, fra i quali quasi tutti i ministri, che si erano succeduti alla pubblica istruzione da sette o otto anni. Tutti ammisero la grande confusione, la mancanza di sorveglianza, ma nessuno la colpabilità nel Podestà e nel Castellani, mentre invece molti esposero dubbi sulla moralità del Bartolucci.

Il comm. Novelli aveva detto che i codici preziosi di San Pantaleo dovevano essere ventisei e molti ne erano stati trafugati; il prof. Gnoli, bibliotecario della Vittorio Emanuele, ne presentò all’udienza centotrentadue. I giudici da questi e da altri fatti capirono che chi accusava non aveva studiato la faccenda; chi difendeva lo faceva per coscienza, ma che il Podestà e il Castellani non erano colpevoli certo e li assolse insieme col Donati. Carlo Castellani vedendosi circondato da amici che si congratulavano con lui, si strappò il lutto che portava al cappello dal giorno che l’accusa avevalo colpito, e si mise a piangere. Il Bartolucci fu condannato a sei mesi di carcere.

Un’altra questione grave fece consumare molto inchiostro ai giornalisti e dette argomento di discussione alla città per più mesi. Il Pianciani dal momento che aveva avuto la nomina di Sindaco capiva di non godere le simpatie della Giunta. Egli attese che l’on. Sesmit-Doda presentasse al Consiglio il piano regolatore per i lavori della città, e allora invece di manifestare in proposito le sue idee alla Giunta e al Consiglio, diresse una lunga lettera ai Romani nella quale diceva che secondo lui i 50 milioni del Governo non bastavano, che Roma doveva spenderne altri 50 in dieci anni e tante altre belle cose, che servirono a far credere al popolo che il Sindaco avrebbe voluto spingere i lavori, ma che aveva le mani legate dal Consiglio.

Appena i consiglieri avversi al Pianciani lessero l’epistola si adunarono in casa del duca Torlonia e rassegnarono le dimissioni. Si temè allora che il Governo volesse sciogliere il Consiglio, ma il Depretis era troppo avveduto per farlo, e lasciò che i signori del Campidoglio se la sbrigassero fra di loro.