Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/486

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Per iniziativa di un comitato di cittadini era stato eretto un monumento al cardinal Massaia nella chiesa dei Cappuccini a Frascati. Lo scultore Aurelj avevalo modellato, e il coraggioso missionario era rappresentato in atto di scrivere le sue memorie, col bastone accanto, quel celebre bastone che aveva servito a tanti di salvacondotto attraverso le regioni africane. Il conte Antonelli fece una bella conferenza sull’opera del Massaia, e mezza Roma andò a Frascati per assistere alla inaugurazione.

Fino dai primi tempi del gabinetto Giolitti si parlava dello scioglimento della Camera, e i deputati, quando in estate tornarono ai loro paesi, erano sicuri della convocazione dei comizi. Ma il decreto di scioglimento si fece attendere fino al 10 ottobre. Esso era accompagnato da una relazione al Re, che si occupava quasi esclusivamente della questione finanziaria, perchè era infatti la più urgente. Si capiva da quella che al presidente del Consiglio, più che ogni altra cosa, stava a cuore il bilancio dello Stato e che faceva una questione di amor proprio del riordinamento delle finanze.

Mentre i comitati lavoravano per preparare le elezioni, a Roma scoppiò la crise municipale. All’ordine del giorno della prima seduta del Consiglio erano iscritte le dimissioni del sindaco e della Giunta. Prima che il Consiglio si adunasse, una commissione di consiglieri andò dal duca di Sermoneta per conoscere il motivo di quella determinazione. Il sindaco rispose che lo avrebbe spiegato in una lettera al Consiglio comunale.

Mentre si attendeva la famosa adunanza e si indagava sulle ragioni che avevano potuto indurre il Sindaco e la Giunta a dimettersi, fu distribuito il bilancio comunale per l’anno 1893. Esso annunziava una eccedenza di 157.000 lire, benchè il Comune rinunziasse per quell’anno alla esazione della tassa di famiglia. Naturalmente, dati questi risultati ottenuti sotto l’amministrazione oculata del duca di Sermoneta, il numero dei partigiani di lui non era diminuito, e vivo era in città il desiderio che egli serbasse il suo posto.

Alcuni consiglieri si adunarono in Campidoglio e chiesero all’assessore Cruciani-Alibrandi di conoscere quali cause avevano potuto indurre il duca e la Giunta, che gli era favorevole, a quel passo. Cruciani-Alibrandi ripetè quello che aveva già detto il Sindaco. Frattanto era corsa voce di un impegno senza limite di spesa, che il comitato per l’Esposizione intendeva che il Comune assumesse per l’Esposizione stessa, e allora prese la parola Guido Baccelli, dichiarando che il Comitato non aveva mai preteso d’impegnare il Comune di Roma in una spesa indeterminata, che ne avrebbe potuto compromettere le finanze; che solamente aveva chiesto un concorso dentro certi limiti determinati e per determinati scopi.

I consiglieri presenti a quella riunione privata, presero atto della dichiarazione dell’on. Baccelli e nominarono una commissione composta dai signori Desideri, Piperno, Carlo Santucci, Mazza e Novi per recarsi dal Sindaco a fine di pregarlo a ritirare le dimissioni. Il duca di Sermoneta non insiste nelle dimissioni e in una seconda adunanza privata di consiglieri, la commissione poteva assicurare i suoi mandatari che il Sindaco rimaneva.

Allora fu approvato il seguente ordine del giorno:

«I consiglieri raccolti in questa adunanza prendono atto con grande compiacimento delle dichiarazioni del Sindaco, che egli non presenterà le sue dimissioni, e che approvato il bilancio preventivo per il 1893, si metterà in discussione il concorso finanziario municipale all’Esposizione del 1895».

Questo concorso era lo spauracchio del Sindaco e poco opportunamente su posto nell’ordine