Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/524

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non avesse saputo trovare i veri e forse maggiori responsabili di quella fuga di milioni, e che trovatili non avesse saputo punirli.

Fu errore l’aver dato carattere politico al processo e di aver confusa la responsabilità degli amministratori con quella di due subalterni, come l’Aguzzi e il Toccafondi, responsabilità che erano di natura così diversa. Sui giurati poi aveva fatto effetto la rivelazione della supposta sottrazione di documenti, ed essi fra il sì del Montalto e il no del Felzani, votarono quasi tutti con schede bianche, che secondo loro avevano un significato, ma secondo la legge volevano dire che non riconoscevano colpevoli gl’imputati dei reati di cui erano accusati. Inoltre i giurati erano stati intimiditi con non poche lettere minatorie. Queste pressioni si sarebbero risparmiate, se il processo fossesi fatto altrove.

Bernardo Tanlongo che aveva pianto dopo la magnifica difesa di Enrico Pessina, pianse anche dopo l’assoluzione, e all’uscire libero dai Filippini ebbe una dimostrazione di simpatia.

Ma ritorniamo al momento in cui incominciò il processo della Banca Romana.

La Camera senza molte lotte, approvò tutti i bilanci, anche quello della Guerra a grande maggioranza, affermando con quel voto che gl’interessi della difesa nazionale non potevano esser sacrificati alle economie.

Il 30 maggio l’on. Sonnino, venuti in discussione i provvedimenti finanziari, fece altre dichiarazioni non liete. Egli disse che il disavanzo era aumentato per la diminuzione dei proventi delle dogane per l’aumento delle spese, e propose estendere la ritenuta del 20, anche alle obbligazioni ferroviarie sicule e a tutti gli altri valori, che erano stati lasciati esenti nel primo progetto, d’inalzare al 15% l’imposta di ricchezza mobile su tutti i redditi di altre categorie; però faceva la concessione di abbandonare un decimo sulla fondiaria.

Tre giorni dopo l’on. Crispi propose alla Camera, nell’intento di determinare fino a qual somma si potessero elevare i benefizi da conseguirsi con la riduzione delle spese, di conferire a una commissione di 18 deputati, nominata dagli uffici, il mandato di presentare entro il 30 giugno la proposta di legge necessaria per la riforma dei pubblici servizi allo scopo di semplificarne l’ordinamento e d’introdurre nel bilancio dello Stato le maggiori economie. Fino a quella data egli proponeva pure di sospendere ogni deliberazione sui provvedimenti finanziari.

«Avete paura del voto» gli gridò l’on. Imbriani. «La parola paura non è scritta nel nostro dizionario», ribattè il presidente del Consiglio. Si scatenò allora una tempesta nell’aula e l’on. Imbriani si mise a strepitare: «Siete i ribelli dello statuto, della logica, della dignità».

La Camera approvò la mozione Crispi con soli 8 voti di maggioranza e nella seduta del giorno 5 il presidente del Consiglio annunziava di aver presentato al Re le dimissioni del Ministero.

Dopo molti abboccamenti del Crispi con lo Zanardelli e col Brin, che pareva dovessero entrare nel nuovo Gabinetto, il Ministero si ricompose senza grandi cambiamenti. L’on. Sonnino passò dalle Finanze al Tesoro, l’on. Boselli dall’Agricoltura alle Finanze, e all’Agricoltura fu nominato l’on. Barazzuoli, deputato di Siena.

Il giorno stesso in cui la Camera era commossa dall’annunzio della morte di Giovanni Nicotera, rientrò a Montecitorio Ruggiero Bonghi, inviatovi dagli elettori d’Isernia. Gli fu fatta una vera ovazione, mentre entrava in quell’aula dove aveva seduto per tanti anni, e le più calorose dimostrazioni gli vennero dal presidente del Consiglio e dall’on. Baccelli.

Appena ricostituito il Gabinetto, il Crispi annunziò alla Camera che il Governo rinunziava non più a uno, ma a tutti e due i decimi sulla fondiaria, al bollo sulla girata delle cambiali e so-