Pagina:Eneide (Caro).djvu/336

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[1245-1259] libro vi. 295

1245Il severo Torquato e ’l buon Camillo;
L’uno che tien già la secure in mano,
E l’altro che da’ Galli ne riporta
I perduti vessilli. I due, che vedi
Sì risplender ne l’armi, e che rinchiusi
1250In questa notte, sembrano a la vista
Gir di pari e d’accordo, oh se a la vita
Vengon di sopra, quanta guerra e quale,
Con che strage di genti e con che forze,
Faran tra loro! Il suocero da l’Alpi
1255E da l’occaso, il genero da l’orto
Verrà l’un contra l’altro. Ah figli, ah figli,
Non così rio, non così fiero abuso
D’armar voi contr’a voi, contr’a le viscere
De la gran patria vostra! e tu che traggi
1260Dal ciel legnaggio, tu, mio sangue, astienti
Da tanta ferità; perdona il primo,
E gitta l’armi in terra. Ecco chi vince
Corinto e ’l popol greco, e ’n Campidoglio
Trïonfando ne saglie. Ecco chi d’Argo
1265E di Nicena ancor le torri abbatte,
E chi Pirro debella e ’l seme estingue
Del bellicoso Achille; alta vendetta
Che ben degli avi ricompensa i danni,
E ’l tempio vïolato di Minerva.

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