Pagina:Eneide (Caro).djvu/404

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[320-344] libro viii. 363

De’ lor piè volte al campo, e verso l’antro320
Segno non si vedea ch’a la spelonca
Il cercator drizzasse. Avea già molti
Giorni d’Anfitrïon tenuto il figlio
Qui le sue mandre, e ben pasciuto e grasso
Era il suo armento, sì che nel partire325
Tutte queste foreste e questi colli
Di querimonia e di muggiti empiero.
Mugghiò da l’altro canto, e ’l vasto speco
Da lunge rintonar fece una vacca
De le rinchiuse: onde schernita e vana330
Restò di Caco la custodia e ’l furto;
Ch’udilla Alcide, e d’ira e di furore
In un sùbito acceso, a la sua mazza,
Ch’era di quercia nodorosa e grave,
Diè di piglio, e correndo al monte ascese.335
Quel dì da’ nostri primamente Caco
Temer fu visto. Si smarrì negli occhi,
Si mise in fuga, e fu la fuga un volo:
Tal gli aggiunse un timor le penne a’ piedi.
     Tosto che ne la grotta si rinchiuse,340
Allentò le catene, e di quel monte
Una gran falda a la sua bocca oppose;
Ch’a la bocca de l’antro un sasso immane
Avea con ferri e con paterni ordigni

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