Pagina:Eneide (Caro).djvu/424

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[820-844] libro viii. 383

820E la terza iterar sentiro il tuono;
E vider là ’ve il cielo era più scarco
E più tranquillo, una dorata nube
E d’armi un nembo che tra lor percosse,
Scintillando facean fremiti e lampi.
825Stupiron gli altri. Ma il troiano eroe
Che ’l cenno riconobbe e la promessa
De la diva sua madre: Ospite, disse,
Di saver non ti caglia quel ch’importi
Questo prodigio; basta ch’ammonito
830Son io dal cielo, e questo è ’l segno e ’l tempo,
Che la mia genitrice mi predisse:
Che quandunque di guerra incontro avessi,
Allora ella dal ciel presta sarebbe
Con l’armi di Volcano a darmi aíta.
835Oh quanta di voi strage mi prometto,
Infelici Laurenti! e qual castigo
Turno, da me n’avrai! quant’armi, quanti
Corpi volgere al mar, Tebro, ti veggio!
Via, patto e guerra mi si rompa omai.
     840Così detto, dal soglio alto levossi:
E con Evandro e co’ suoi Teucri in prima
D’Ercole visitando i santi altari,
Il sopito carbon del giorno avanti
Lieto desta e raccende; i Lari inchina;

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