Pagina:Eneide (Caro).djvu/438

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[20-44] libro ix. 397

E di prestezza è d’uopo? E che non prendi20
I suoi steccati che son or di tanto
Per l’assenza di lui turbati e scemi?
Poscia che così disse, alto su l’ali
La dea levossi; e tra l’opache nubi
Per entro al suo grand’arco ascese e sparve.25
     Turno, che la conobbe, ambe a le stelle
Alza le palme; e nel fuggir con gli occhi
Seguilla e con la voce: Iri, dicendo,
Lume e fregio del cielo, e chi ti spiega
Or da le nubi? E chi quaggiù ti manda?30
Ond’è l’aër sì chiaro e sì tranquillo
Così repente? Io veggio aprirsi il cielo,
Vagar le stelle. O qual tu de’ celesti
Sii, ch’a l’armi m’inviti, io lieto accetto
Un tanto augurio, e lo gradisco e ’l seguo.35
Così dicendo al fiume si rivolse;
N’attinse; se ne sparse; e preci e vóti
Molte fïate al ciel porse e riporse.
     Eran già le sue genti a la campagna,
E de’ cavalli il condottier Messápo40
Di ricca sopraveste ornato e d’oro
Movea davanti. I giovini di Tirro
Tenean l’ultime squadre, e Turno in mezzo
Con tutto il capo a tutta la battaglia

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