Pagina:Eneide (Caro).djvu/468

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[770-794] libro ix. 427

Pietade alcuna. A me la morte date770
Pria ch’a null’altro. O tu, padre celeste,
Miserere di me. Tu col tuo tèlo
Mi trabocca nel Tartaro e m’ancidi,
Poichè romper non posso in altra guisa
Questa crudele e disperata vita.775
     Da questo pianto una mestizia, un duolo
Nacque ne’ Teucri, e tale anco ne l’armi
Un languore, un timore, una desidia,
Che grami, addolorati e di già vinti
Sembravan tutti. Onde Àttore ed Idèo,780
Con quel di lei togliendo il pianto altrui,
Per consiglio del saggio Ilïonèo
E per compassïon del buono Iulo
Che molto amaramente ne piangea,
Tosto a braccia prendendola, ambedue785
La portaro a l’albergo. Ed ecco intanto
Squillar s’ode da lunge un suon di trombe,
Un dare a l’arme ed un gridar di genti
Tal, che ne tuona e ne rimugghia il cielo.
E veggonsi in un tempo i Volsci tutti,790
Sotto pavesi consertati e stretti
In guisa di testuggine, appressarsi,
Empier le fosse, dirupare il vallo,
E tentar la salita, e por le scale

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