Pagina:Erodiano - Istoria dell'Imperio dopo Marco, De Romanis, 1821.djvu/68

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giori perìgli) ma piuttosto seco stesso pensando riguardava la subita mutazione della tirannide, e insieme la nobiltà di parecchj senatori, i quali, avverila, non avrebbero sofferto che da un nobilissimo imperadore passasse l’imperio a uomo di condizione privata ed oscura. Che sebbene fosse tenuto di vita sobria e moderata, e gloria grande avesse ne’ fatti d’arme acquistata, quanto alla nobiltà era di gran lunga inferiore.

Appariti dunque i primi raggi del sole, si condusse in senato, non permettendo che si precedesse col fuoco o altri distintivi di principato, se prima non ebbe interpellato i senatori del loro parere. I quali, vistolo appena, fecero echeggiare la sala di liete evviva, e lo salutarono augusto ed imperadore. Egli ricusava, allegando esser troppo invidiosa cosa la imperiale grandezza, ed, iscusandosi, mostrava se esser vecchio e non atto a reggere tanta mole: potersi scegliere tra tanti nobilissimi signori persona più capace di lui a compiere gli affari pubblici: e, così dicendo, sospignea con mani animose Glabrione sul trono.

Era Glabrione il più nobile tra’ patrizj, discendendo dal trojano Enea figliuolo di Anchise e di Venere, e stato era due volte console. Nondimeno cedendo a Pertinace, così allora parlò: Io dunque, che tu reputi degnissimo dell’