Pagina:Fausto, tragedia di Volfango Goethe, Firenze, Le Monnier, 1857.djvu/145

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parte prima. 137

Mefistofele. Chi può dire quale ora se la porti dei quattro venti? Una vezzosa signorina s’impossessò di lui mentre andava, come forestiero, baloccandosi qua e là per Napoli, e gli portò tanto amore e tanta fede, ch’egli se ne sentì sino al beato suo fine.

Marta. Ribaldone! ladro ai suoi propri figliuoli! Nè povertà nè miserie di ogni sorta non hanno dunque mai potuto rimuoverlo da quella obbrobriosa sua vita!

Mefistofele. Così è; e perciò è morto. Ora, s’io fossi voi, vorrei decorosamente piangerlo un anno, e frattanto andrei guardandomi attorno per vedere dove ricollocassi il mio amore.

Marta. Dio buono! simile a quel mio primo io non ne troverò facilmente un altro nel mondo. Non so se vi potrebb’essere un pazzo più sviscerato di lui; solo ch’egli amava un po’ troppo lo andare attorno, e le donne forestiere e i vini forestieri, e quel maladetto giuoco dei dadi.

Mefistofele. Via via, son difettucci che potevate ancora passarglieli, se dal canto suo egli chiudeva gli occhi ai vostri. Vi giuro che a simil patto io farei il cambio dell’anello con voi.

Marta. Oh, ella celia, mio signore!

Mefistofele da sè. Bisogna ch’io mi levi di qui in tempo, chè costei è tal femmina da pigliare in parola anche il diavolo. (A Margherita.) Come sta il cuore?

Margherita. Che vuol ella dire, signore?

Mefistofele da sè. Bella, innocente creatura! (Alto.) Stieno bene, signore.

Margherita. Stia bene.