Pagina:Ferrero - Meditazioni sull'Italia, 1939.djvu/37

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18 meditazioni sulla storia d’italia

III.


Pure tra la fine del secolo XIV° e l’inizio del XV° una molla misteriosa si rompe in quest’organismo pieno di vita. La crisi è breve; l’Italia riprende presto la sua via; ma basta studiare da vicino i secoli seguenti per capire che essa trema.

Oh! l’apparenza è grandiosa! I capolavori d’architettura, di pittura, di scoltura che l’Italia produce ancora, sono ben lungi dall’apparire in decadenza.

Trascinando su dei carri i resti di Roma e d’Atene disseppelliti da mille sognatori, il Quattrocento e i secoli seguenti si svolgono come una grandiosa cavalcata. Ricca, malgrado le rapine di cui è vittima, l’Italia considera sempre gli stranieri come barbari. Non è stata l’Italia a scoprir la prima il piacere sottile dell’erudizione? Non ha forse essa immaginato una nuova sorgente di bellezza, l’Opera?

Ma non è sorprendente che una civiltà ateniese, destinata a sviluppare e ad utilizzare tutte le sue qualità intellettuali, dal secolo XVII° non produca quasi più che opere decorative — quadri, statue, palazzi, chiese, giardini — e che i suoi poeti, tanto avviliti da non saper più leggere e comprendere la Divina Commedia, diffidino, spaventati della loro stessa voce, delle idee generali, della politica, della critica dei costumi, dei drammi morali, e cerchino rifugio — quando non si rassegnano a cantar le lodi della ragione di Stato — in una sensualità preziosa, nei giochetti di stile, nel culto della sensazione,