Pagina:Fior di Sardegna (Racconti).djvu/23

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una severa educazione alle figlie, e le figlie crescevano meno pietose, meno tranquille delle altre, e lei, che è il più strano, non poteva accorgersene! Amava più di qualunque madre le sue creature e appunto per ciò le voleva più buone, più care di tutte le altre; ma con la sua severità, con la ferrea educazione che pretendeva loro imporre, come il suo Dio, si faceva temere e non amare dalle piccine, che non osavano guardarla negli occhi, lei si mite e umile con tutti, che tremavano allorchè avevano da chiederle il permesso di andare a visitare qualche piccola amica.

No, non uscivano quasi mai, non andavano che alla scuola e in chiesa; eppure anelavano di correre pei prati, di passeggiare in città come signorine, sognavano di passare le domeniche con le compagne di scuola, sparlando dei compiti e dei punti delle assenti; — la mamma non permetteva loro che i libriccini della Società per la diffusione gratuita dei buoni libri, e le immagini benedette; ma esse in iscuola frugavano febbrilmente nei bei libri di fiabe, nei giornali per bambini delle compagne, e sognavano i figurini belli della moda, le grandi immagini colorate in cui vi sono dipinti altro che santi! E donna Margherita non ne sapeva nulla! essa non riceveva alcuna confidenza dalle piccine, i cui desiderii restavano repressi in fondo al cuore e però crescevano spaventosamente. Se avesse saputo i precoci strani sentimenti delle sue figlie, si sarebbe turbata assai, come mai in vita sua; avrebbe gridato la croce alla scuola, all’istruzione, ai tempi, senza accorgersi che la colpa era in lei, che non sapeva adattarsi a questi ultimi, ma essa non li sapeva, perchè non sapeva appunto che i tempi erano cambiati e credeva che tutto il mondo camminasse ancora sulle orme antiche. — Ma non crediate che Maura, Speranza e Pasqua, così si chiamavano le bambine, fossero delle monelle per ciò. No, erano solo troppo intelligenti e vive per potersi adattare al sistema di donna Margherita; tanto intelligenti, che in iscuola, sempre prime, sentivano sovente fioccarsi una lode, per loro incomprensibile, dalle maestre: — Eh, si vede che siete nipoti di don Sebastiano Mannu!