Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/156

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Cosa non è che piú de le contese
abbia a sconciar vostra quiete e pace.
Oh misero colui che per offese
stassi di far vendetta pertinace!
Monte non è ch’agli omeri gli pese
piú di quel mal desio cui sotto giace,
ed una viva ed implacabil serpe
quell’anima infelice ognor discerpe.
61
L’antica legge, ch’anticar non venni,
affinar voglio e via levarne il brutto.
Gli ebrei, fra le lor giose piú solenni,
l’amico amato, ma ’l nemico al tutto
voglion ch’odiato sia: questo sostenni
fino a l’etá presente. Or che ’1 bel frutto
di fede nasce appresso il fior di legge,
levamoci dagli occhi alcune schegge.
62
Dite, figliuoli, di qual premio è degno
chi ama l’amico ed odia lo nemico?
Mirano i publicani a questo segno
e chi del pazzo mondo è troppo amico:
voi, che l’assunto avete del mio regno,
amate gli aversari, amate, dico,
qualunque vi persegue, v’ange e strazia
ed impetrate a lor dal Padre grazia!
63
Chi questo fa non poco onor consegue,
perché fia meco figlio al sommo Padre.
Qual gloria un uomo avrá maggior ch’adegue
colui che fa tant’opre si leggiadre?
Dio vuole che sua pioggia si dilegue,
suo sol diffonda i rai sovra le squadre
de’ buoni e rei, né vi parteggia un pelo,
perché di serbar tutti egual sta ’l zelo.