Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/166

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100
Quell’amico mio Lazar giú mi manda,
che bagni almen l’estremitá del dito
e mi disséti alquanto, se vivanda
ebb’esso mai lassú d’alcun convito! —
Ma gli è risposto ch’anzi in la nefanda
sua vita bebbe a pieno suo appetito:
or gli è cangiata sorte, acciò la gioia
di Lazar sia giamai, sua sia la noia.
101
Ecco, dunque, se ’l duol di mille morti
gir debbe a par col riso pur d’un’ora,
derrestiti arroscir far tanti torti,
uomo, a te stesso e non pensar talora
e dir: — Questi di nostri son si corti,
van come nebbia, e ’l tempo li divora ! —
Cosi pensando un cor da sé gentile,
arra la terra e sue ricchezze a vile.
102
Lá tieni sempre l’animo, lá vivi
ove riposto il tuo tesoro giace,
o che nel ciel tu dunque, o ’n terra quivi
sepolto l’hai. Deh! quanta fia tua pace
se nel celeste sino il celi, ch’ivi
né tarlo mai né ruggine lo sface:
ma qui non manca ladro che l’invola,
né umor che sei consuma né tignola.
103
Se l’occhio tuo sará semplice e chiaro,
semplice e chiaro il corpo ancor ti fia:
cosi l’animo tuo, se temeraro
non schifa dire ove ragion l’invia,
piacemi se se’ ricco; ma se avaro
ministro sei, ti lascio e fuggo via:
non puoi servire duo signor, ché quello
t’ha per fedele e questo per rubello!