Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/292

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20
Pilato a lor: — Prendetelo da voi,
facendone quel strazio piú v’aggrada!
Per me noi danno mai, che gli atti suoi
smarrita in conto alcun non han la strada. —
Risposer quelli : — Abbiam da legge noi
ch’esso a la morte senza iscampo vada,
perché s’assume il nome sacro e pio
non pur di «re», ma di «Figliuol di Dio»! —
21
A un tanto nominar «di Dio Figliuolo»
trema Pilato e nel pensier travaglia;
tirasi dentro e, chiuso tutto solo,
Colui che ’l sommo Padre in cielo eguaglia
condurre anti si fa per un usciuolo,
lasciando fuor d’armati una battaglia,
e con intento affetto da lui spia
del suo regnarne ed ove nato sia.
22
Iesu, che vede attraversarsi avante
non una sol cagion perché non muoia,
nulla si gli risponde, ma costante
rispinge ciò ch’ai suo voler dá noia.
Quel fier dragon, che di tant’alme e tante
non è mai sazio e tutte se le ingoia,
vi pon, com’è proverbio, e man e denti
per suoi ministri, acciò non siam redenti.
23
— Or mi rispondi — parla quello, ignaro
del ver — né mi star muto in tuo dannaggio !
Non sai che di tua vita un sol riparo
pende di me che ’n mia licenzia t’aggio? —
Allor ruppe ’l silenzio al temeraro
ardir di cotest’uom l’eterno Saggio:
— Non tal balia se non di sopra s’have:
però chi mi ti die’, peccò piú grave. —