Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/299

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Signori miei, questo Simon, eh’ intiero
è di prepuccio né si affá con Mòse,
porta la croce invito, e dá mistero
che l’aspro ed util giovo a noi s’impose.
Ben parve duro il predicar primiero
che ’l gran centurion Paolo n’espose;
ma, tolta poi nel cor la dolce trave,
gustiam non esser cosa piú suave.
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Come cavai che giovenetto sia,
tolto pur dianzi fuor del rozzo armento,
non vuole il morso e, pien di bizarria,
soffia, nitrisce e dá de’ calzi al vento;
ma poi, ridotto ad altro ch’era pria,
vivace, ardito e sempre al corso intento,
godesi al fren sonoro, agli aurei fiocchi,
né tien le orecchie mai né i piè né gli occhi :
5 °
piacque non meno al buon Iesu, per l’atto
de la pietá ch’usò ver’ sé l’umano
gentil centurion, d’averlo tratto
dal suo fallace Tibro al ver Giordano;
si scossegli di nebbia il cor, che ratto
(allor che sparve il sole) alzò la mano,
al ciel chiamando: — Inver, che costui solo
altro non è se non di Dio Figliuolo. —
51
Commosso era fratanto d’Acheronte
il tenebroso re, nel cieco fondo;
Paspre ruine sue giá vede cónte,
ché tolto a sé lo scettro fia del mondo:
ben per due volte la cornuta fronte
con man si batte, altiero ed iracondo,
e fra que’ denti suoi, lunghi una spanna,
Fumerò destro a se medesmo assanna.