Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/31

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— Padre, conoscitor de gli pensieri
quai che si sian in petto d’uomo ignoti,
tu vedi pur se i miei ti fúr sinceri
e se mal netti quei de’ sacerdoti !
Giudica dunque tu, ché i bianchi e neri,
quai fior di prato al sol, ti sono noti;
e se morir pur deggio, deh, Signore,
muoia si il corpo, e vivo sia l’onore! —
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Furon in quello istante a le divine
orecchie porti quegli ardenti prieghi ;
però che al travagliato per le spine
di questo mondo è di mistier che pieghi
sua speme in Dio, d’ogni tempesta fine,
acciò ch’indi lo scioglia e a sé lo leghi,
il qual, se d’erbe armenti e augei tien cura
via pili serbar nostr’alme egli procura.
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Entra nel cor d’un giovene fiorito
tra le virtú, che Daniel vien detto,
il qual con grande ardir s’alzò spedito,
forte chiamando: — Io mondo vado e netto
del sangue di costei ; che se punito
sará da voi, grand’ira vi prometto,
ché i malfattor son quegli che dat’ hanno
in lei giudicio falso e pien d’ inganno.
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Or dunque l’un da l’altro sian divisi,
ché vovvi aprir vostr’occhi e pensier orbi.
Mirate, prego, in quei lor crespi risi
come son fatti al mal di dentro torbi !
Voi, padri e sacerdoti; voi, gli assisi
ne’ primi scanni, ad esser dentro corbi,
di fuor columbe? e sotto nomi egregi
celare incesti, furti e sacrilegi?