Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/49

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24
piagnesse del fallir suo tanto grande,
per cui non pur sputò di bocca il dente,
ma Morte insieme, ch’ora sovraspande
a l’uman seme un’ombra pestilente,
acciò non guardi al cielo, acciò non mande
né suoi desiri a te né cor né mente;
ma tanti ella nel fondo tien sepolti,
che belli sono i pochi, e brutti i molti.
25
Vedi, Signor, vedi gli empirei seggi
come stan polverosi e d’alme vóti !
Tu che sopr’ogni forza signoreggi,
Tu che se’ presto agli umili e devoti,
Tu che fra l’uomo e l’angel non parteggi,
ma egual ci salvi, e perché lo percuoti,
benigno Padre? e perché in tanti guai
penar lo vedi, e aita non gli dai?
26
Ahi quanto de l’inferno è la via larga,
e da gran turba calpestata e trita!
Non è chi faccia ben, non è chi sparga
suoi prieghi a Te dator d’eterna vita:
ma Tu ch’a te ridurli hai zel, deh slarga,
Signor, la tua clemenzia eh’ è ’nfinita;
e queste mansioni e alberghi, privi
di spirti che morirò, empiam di vivi! —
27
A quel richiamo e priego universale
degli santi ministri a noi si fidi
fu Gabriel veduto spander l’ale
per gire in un momento a’ bassi lidi;
ché la persona del Figliuolo eguale
a l’altre due, sentendo i pianti e stridi
che da gli abissi vannogli lá suso,
il manda annunziar che verrá giuso.