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| 36 | F. Sabatini |
a «gocce di brina che splendono un attimo al sole, e cadono lucendo dai rami»[1].
Eppure lo stesso Zanazzo, otto anni or sono, nella prefazione ad un suo libriccino di poesie romanesche,[2] parlando dell’immenso amore che egli nutriva per la plebe romana, scriveva: «E questo amore non mi fa velo; sicchè io m’illuda ed esalti il valore del nostro volgo; anzi mi spinge a presentarlo in tutta la sua verità. Esso, certo, manca d’immaginativa, per il che non può renderci una poesia popolare ispirata e simigliante a quella che ci offrono le provincie meridionali».
Veramente il nostro poeta romanesco diede in questa umile prosa un miglior giudizio della poesia popolare romana, che non abbia fatto nella vaporosa e poetica prolusione de’ suoi ritornelli; nella quale più oltre aggiunge queste parole, ch’io qui riferisco, e che confermano il suo convincimento intorno alla lirica romanesca. «Il nostro linguaggio amoroso - egli dice[3] - non è cavalleresco e cortese come il toscano, dove si parla di dame, di servente amoroso e di serventese. Ma in compenso è lucido ed espressivo, e risponde al caldo impeto del nostro sangue. Sono infatti pieni di profondo sentimento questi stornelli: