Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/246

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
240 libro terzo

     E non parean pigri, tristi e mesti,
ma ratti e tosti e con facce gioconde,
non sonnolenti, ma attenti e dèsti.
     Ed io, che non sapea la cagion onde
questo avvenisse, dissi:— O dea, al fatto
105quel, che tu giá m’hai ditto, non risponde.
     Io veggio che costor van tutti ratto:
adunque non è ver quel che si dice,
ch’ognun di lor sia infermo, lento e sfatto.—
     Ed ella a me:— Questo non contradice
110a quel che ho detto, se ben tu riguardi,
ch’amor d’ogni atto umano è la radice.
     Ora costor solleciti e gagliardi
corron cogli appetiti inverso il male,
e quando vanno al ben, van pigri e tardi;
     115ché, come sai, la parte sensuale,
se non si doma, al mal ratto si move
e verso il ben par ch’abbia fiacche l’ale.—
     Poscia Minerva mi condusse dove,
nel mezzo del cammin, trovai due vie;
120maravigliar mi fên le cose nòve,
     ché su nell’una dolci melodie
gli angeli cantan, sí dolci canzone,
ch’io me n’innamorai quando l’odíe.
     E come a Roma nel campo d’Agone
125il premio si mostrava ai forti atleti,
d’ingrillandarli di belle corone;
     cosí quegli angiol colli volti lieti
prometteano a chi sal, con dolce invito,
di coronarli e di farli quieti.
     130— Venite su— diceano— al gran convito
del nostro Re e del celeste Agnello,
che sol contentar può ’l vostro appetito.
     Su pel viaggio tutto onesto e bello
venite al gran Signor, che su v’aspetta,
135e noi ognun di voi come fratello.