Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/49

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capitolo viii 43

     100— Da che egli vuole, e questo esser bisogna
— diss’io a lei,— io prego che mi dichi
se tu se’ mia, e non mi dir menzogna.—
     Come la sposa, cui pudor fatichi,
cosí un «sí» de’ labbri gli uscí fuore
105pur con vergogna e con atti pudichi.
     Il viso bianco di smorto colore
prima dipinse e poscia si fe’ rosso
de’ due color, che fuor dimostra Amore.
     Poi disse:— Oimè, oimè che piú non posso
110celar l’amor!— E questo ella dicendo,
cadea, se non che io gli tenni il dosso.
     Soggiunse poi:— Amor, a te mi rendo:
non trova l’arco tuo difesa o scudo;
però invan contra te mi difendo.—
     115Poi disse a me:— O amoroso drudo,
io prego te, da che Amor mi ti dona,
che contra me non sie cotanto crudo,
     che tu mi lievi la bella corona,
che io porto in testa e la qual io mi vinsi,
120e che mai non mi lasci per persona.—
     Io gliel promisi e per fede gli strinsi
la bianca mano e con le braccia stese
il capo bianco e ’l collo ancor gli avvinsi.
     Contro l’amor non fe’ poi piú difese
125la bella ninfa e mostrossi sicura,
pur con vergogna ed onestá cortese.
     Cercando andammo per quella pianura,
e poi salimmo ad alto suso al monte,
in tanto che la notte si fe’ oscura.
     130Era giá Febo sotto l’orizzonte
ben venti gradi, ed ella mi condusse
in un bel prato, ov’era un bello fonte.
     Ed in quel loco tanto vi rilusse
la chiara luna, che per quella valle
135ogni fiore io vedea qual e’ si fusse.