Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/197

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capo terzo 191


tempi, in cui sarebbe necessario per loro bene aggravar di dazi i popoli e manca ogni via di riscuotergli, sarebbe per essere utile allo Stato; sebbene abbia ripieno il suo trattato di profondi studi, quanto nello Stato prospero è poco necessario, tanto nello Stato misero e combattuto sarebbe poco riguardato, ed il cattivo principe non lo leggerebbe, il buono non ne trarrebbe giovamento.

Ora, venendo ad enumerare le conseguenze dannose dell’alzamento, come sono da questi autori dette, la prima e la piú grande è che il principe per un istantaneo guadagno perda per sempre grossa parte delle sue rendite e riceva danno grandissimo, rendendo a’ popoli libero il poter rendere a lui quel pagamento in apparenza eguale, in realitá minore, ch’egli fece loro imprima. Questa scoperta pare ad essi quanto ingegnosa altrettanto sublime, ed io non conosco scrittore alcuno, che nell’inganno di questa falsa sembianza di veritá non sia caduto. Il Davanzati crede dimostrare che coll’alzamento «si scemano le facoltá de’ privati e l’entrate pubbliche ancora; perché quel, che guadagnano col peggioramento una volta i principi, lo perdono quantunque volte le loro entrate riscuotono in moneta peggiore». In questo istesso dá dentro e il Muratori e il francese Du Tot e, quel che mi sembra piú strano, l’abbate di San Pietro, che, di tutta la scienza delle monete, questo solo punto con infelice successo ha discorso. Memorabile esempio di quanto possa operare anche nelle menti illuminate il desio d’applaudire alla moltitudine e la voglia pur troppo generale di biasimare e d’insultare alle operazioni sempre venerabili delle supreme potestá, e di que’ consigli, de’ quali non s’è potuto essere autore, volerne divenire censore.

Io voglio adunque dar da ridere a’ miei lettori colla sola enumerazione delle patenti falsitá dell’utile scoperta, che ci si addita, della diminuzione delle pubbliche rendite. Dirò imprima però che, quantunque il bene del giusto principe sia indivisibilmente quello del suo popolo, né l’uno dall’altro si possa o si convenga neppur col pensiero distinguere; pure io, in ciò che son per dire, mi accorderò alla maniera di parlare di