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prese a proteggere. Ma un giorno, due o tre bravi, mandati sulle loro traccie dai parenti della giovine, uccisero a colpi di stile l’infelice Stradella, e si posero quindi in salvo nella residenza dell’ambasciatore francese. Il fatto destò la generale indignazione, e la Duchessa, per mezzo del suo governo, fece chiedere la consegna degli assassini. Il Villars si rifiutò, e benché Luigi XIV biasimasse il suo rappresentante, disse però che l’onore non consentiva oramai la restituzione dei colpevoli, e lasciò che l’ambasciatore li conducesse egli stesso al confine a Pinerolo nella sua carrozza.

Ma questo eccesso esasperò talmente l’animo dei torinesi, che ognuno, da quel momento, sfuggì l’ambasciatore. Luigi XIV era allora tutto assorto nelle guerre di Spagna, di Olanda, e dell’Impero, e poco si curava del Piemonte, limitandosi a far sentire ad esso il suo potere, coll’imporre pel giovinetto principe una moglie francese. Ma Vittorio Amedeo vagheggiava altri ideali; ed altri progetti, su tal punto, aveva la Duchessa. Luigi allora, avendo subodorato questi ultimi, e compreso che in tal caso la parte migliore sarebbe toccata a lui, lusingò l’amor proprio di Giovanna col richiamo del Villars, rendendola così più favorevole a Francia di quello che non era per natura, e castigò intanto l’ambasciatore che non era riuscito a combinare il matrimonio francese. Poi il furbo Re estasiò la Duchessa, consentendo a mandarle un ambasciatore non ammogliato, scegliendo per quel posto l’abate di Estradées.