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Ricca, anche rapporto alla sua nascita principesca, non aveva mai denari sufficienti per sovvenire tutte le miserie che correvano a manifestarsi a lei. Giunse perfino a lavorare e vendere i suoi ricami per accrescere il gruzzolo delle sue beneficenze, ma le richieste aumentavano ogni giorno, e gli amministratori s’impensierivano della sua prodigalità. Oltre il dare, che non è sempre bene, essa fece il bene vero in altro modo. Fondò case per le orfane, ed altre ne mantenne negli istituti già esistenti. Pensò a tutti i mezzi per dare uno sviluppo all’industria, all’ingegno, alla operosità dei suoi sudditi, e lavorando essa stessa mostrò che né la potenza, né la ricchezza valgono a scusar l’ozio. Spronò l’amor proprio degli industriali, preferendo, e con lei la nobiltà tutta, i prodotti paesani agli stranieri; e sollevò i poveri facendoli lavorare in oggetti che poi dava in elemosina. Promosse in Napoli un primo saggio delle industrie del regno, e vi si spese intorno con ardore. Insomma questa mite creatura spiegò uno zelo, un’attività ed una filantropia così grandi, che niuno li avrebbe indovinati, e che, mentre valsero di esempio colà dove nulla si era mai fatto di simile, servirono anche ad appagare il suo cuore, invano anelante di amore e di carità.

Più tardi patrocinò un’altra mostra in Sicilia, che fu fatta in suo onore quando si recò nell’isola col marito. Risvegliò anche l’industria della seta, quella degli smalti, ecc.: insomma se ella fosse vissuta, coll’impulso suo, e l’affetto che il popolo le portava, chi sa