Pagina:Gerusalemme liberata II.djvu/128

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110 LA GERUSALEMME

XLIV.


     E sotto i piè mi veggio or folte or rade
Le nubi, or negre ed or pinte da Iri:
E generar le piogge e le rugiade
348Risguardo: e come il vento obliquo spiri:
Come il folgor s’infiammi: e per quai strade
Tortuose, in giù spinto, ei si raggiri:
Scorgo comete, e fochi altri sì presso,
352Ch’io soleva invaghir già di me stesso.

XLV.


     Di me medesmo fui pago cotanto,
Ch’io stimai già che il mio saper misura
Certa fosse e infallibile di quanto
356Può far l’alto fattor della Natura.
Ma quando il vostro Piero al fiume santo
M’asperse il crine, e lavò l’alma impura,
Drizzò più su il mio guardo, e ’l fece accorto;
360Ch’ei per se stesso è tenebroso e corto.

XLVI.


     Conobbi allor ch’augel notturno al Sole
È nostra mente ai rai del primo vero:
E di me stesso risi e delle fole
364Che già cotanto insuperbir mi fero.
Ma pur seguito ancor, come egli vuole,
Le solite arti, e l’uso mio primiero.
Ben sono in parte altr’uom da quel ch’io fui:
368Ch’or da lui pendo, e mi rivolgo a lui;