Pagina:Gerusalemme liberata II.djvu/252

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226 LA GERUSALEMME

LVI.


     Tu drizzerai, Camillo, al tempo stesso
Non lontana da me la terza torre.
Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso,
444E che, parlando lui, fra se discorre;
Disse: al consiglio da Goffredo espresso
Nulla giunger si puote, e nulla torre.
Lodo solo, oltre ciò, ch’alcun s’invii
448Nel campo ostil, che i suoi secreti spii.

LVII.


     E ne ridica il numero, e ’l pensiero
(Quanto raccor potrà) certo e verace.
Soggiunge allor Tancredi: ho un mio scudiero,
452Che a questo ufficio di propor mi piace:
Uom pronto e destro, e sovra i piè leggiero:
Audace si, ma cautamente audace:
Che parla in molte lingue, e varia il noto
456Suon della voce, e ’l portamento, e ’l moto.

LVIII.


     Venne colui chiamato; e poi ch’intese
Ciò che Goffredo, e ’l suo Signor desia;
Alzò ridendo il volto, ed intraprese
460La cura, e disse: or or mi pongo in via.
Tosto sarò, dove quel campo tese
Le tende avrà, non conosciuta spia;
Vuò penetrar di mezzodì nel vallo,
464E numerarvi ogn’uomo, ogni cavallo.