Pagina:Ghislanzoni - Abrakadabra, Milano, Brigola, 1884.djvu/13

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Un silenzio solenne regnava per qualche tempo nella sala.

«Che razza d’uomo! — pensava il curato — credo ch’egli abbia il diavolo in corpo!»

E gli occhi dei tre antagonisti si incontravano nell’espressione di un sentimento comune: vattel’a pesca come la pensi costui!

Queste pause della politica erano ordinariamente impiegate nelle libazioni più generose. Tutti vuotavano il bicchiere, e si affrettavano a riempirlo come soldati che si preparino a nuovi attacchi.

Brevi uragani. Si scioglievano senza rumore e senza danno.

La fronte del signore riprendeva la sua calma severa — l’occhio si dileguava nelle palpebre folte, e il labbro si ricomponeva al più mite sorriso, nell’articolazione di una parola misteriosa: Abrakadabra.

Quella parola era il terrore del curato, il quale la riteneva diabolica.

Il farmacista, cui le spiegazioni del dizionario di scienze mediche l’avevano resa incomprensibile, sorrideva con aria sapiente e faceva lo sbadato.

Qualche volta, per soccorrere alla intelligenza dei suoi ospiti, il signore traduceva l’Abrakadabra nel motto latino: ibis, redibis.

Poi accennava ad essi di ripigliare la discussione — e in mezzo al frastuono delle voci mormorava fra i denti un fiat lux, che pareva il gemito di un Epulone assetato di luce.

Abrakadabra, che non cessava di essere un enigma per tutti, era divenuto dopo alcuni mesi il soprannome del signore.