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| 38 | del rinnovamento civile d’italia |
universali, come quelle che in Roma, in Toscana, in Piemonte accompagnarono le prime riforme. L’Europa libera applaudiva e partecipava alla nostra allegrezza; onde mosse tanto piú stupore e dolore il vedere che i reggitori della Francia, per andare ai versi dell’Austria, si attraversassero ai miglioramenti, benché Pellegrino Rossi, temperando le commissioni, s’ingegnasse di favorirli. E falsi erano i pretesti che si allegavano, giacché gl’immoderati non erano allora di pericolo, come scarsi di numero, deboli d’influenze, né mai sarebbero prevalsi in Italia senza la caduta della monarchia francese[1]. Perciò le accuse fatteci da certi fogliettanti, ministri e oratori di Parigi (fra i quali Carlo di Montalembert merita il primo grado per l’ignoranza, l’arroganza e la leggerezza) si ritorcono contro di loro, quando i casi di febbraio e la ruina conseguente delle cose nostre nacquero appunto dalla politica ch’essi esaltavano e mettevano in opera. Tanto che se ci avessero imitati in vece di contrastarci e farci la predica, gli Orleanesi non sarebbero esuli né la penisola in catene. E debbono anzi saperci grado che la rivoluzione loro passasse quasi senza sangue e mantenesse per tre mesi il suo carattere originale di mansuetudine, avendo a ciò contribuito non poco gli esempi italiani e l’efficacia santificatrice che il nome di Pio nono aveva allora su tutta Europa[2]. Laonde si può dire che il genio pacifico e ideale del nostro Risorgimento informasse la nuova repubblica e la guardasse dagli eccessi dell’antica. Né la mossa generosa dei siculi e le savie condiscendenze di alcuni principi italiani furono indifferenti verso quel primo grido di riforma elettorale che poteva essere la salute del re francese, come ne fu la rovina; quasi per porgere
- ↑ Consulta Apologia del libro intitolato «Il gesuita moderno», Brusselle, 1848, PP. 344. 348.
- ↑ Consulta Operette politiche, Capolago, 1851, t. II, pp. 29, 38. 39. La forza mirabile di questo nome durò poco per le ragioni che tutti sanno, e se n’ebbe di qua dalle Alpi il riscontro nei tumulti sanguinosi di giugno del quarantotto. I quali risposero all’enciclica dei 29 di aprile e al motoproprio del primo di maggio, come i casi dei 24 e dei 25 di febbraio ai primi atti del pontefice. Tanto che può dirsi con veritá che l’infelice mutazione di Pio nono lasciò libero il campo alle rappresaglie popolari e costò indirettamente la vita a Dionisio Affre arcivescovo di Parigi.