Pagina:Gioberti - Del rinnovamento civile d'Italia, vol. 1, 1911 - BEIC 1832099.djvu/8

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2 DEL RINNOVAMENTO CIVILE D’ITALIA

(salvo che sia uno di quelli che per la gravità intrinseca bastano a dar credito od infamia a chi li commette), e meno ancora dal cominciamento, ma si dal progresso e dalla somma delle loro operazioni. Oltre che, le critiche eziandio di un privato possono aggiungere qualche malagevolezza a chi indirizza le cose pubbliche nei tempi insoliti e difficili, quali erano quelli che allora correvano. E mi credetti tanto più obbligato a questa riserva, quanto che ricordandomi come Massimo di Azeglio, non contento a biasimare la mia amministrazione prima di vederne le opere, con un discorso a stampa la fulminasse, mi sarebbe paruto scortese ed ignobile il rendergli la pariglia. Ora non posso più incorrere in questa riprensione, avendo io indugiato più di due anni a parlare, laddove egli non ebbe pazienza di attendere pochi giorni. Vero è che queste ragioni non militavano per quella parte della mia scrittura che versa intorno ai casi anteriori. Ma siccome io non intendo di raccontarli per minuto a uso degli storici, e che il mio scopo è di considerarli in ordine all’avvenire, la pubblicazione del primo libro senza il secondo sarebbe stata fuor di proposito, e poteva anche dar luogo a certe interpretazioni che mi preme di evitare. Gli uni avrebbero creduto ch’io volessi giustificarmi; il che è alieno dal mio pensiero, perché mi pare superfluo e poco dignitoso il discolparsi colle parole, quando i fatti ed il tempo ne assumono il carico. Ad altri il mio scritto sarebbe forse paruto un’accusa, una soddisfazione, una rappresaglia; cose troppo lontane da’ miei sensi e dal mio costume (0. Il mio lungo silenzio toglie ora ogni ragionevole appiglio a simili presupposti; tanto più che anche i meno oculati, incominciando a presentire i futuri pericoli, non avrebbero più buon viso a riprendermi se io ricordo gli errori passati per guardia dell’avvenire. Né mi sarei potuto affidare di conseguire l’intento, se avessi parlato quando gli animi erano ancora troppo accesi e commossi per le fresche discordie e le civili sventure da poter accogliere pacatamente il vero e cavarne

(i) «Mihi nec ultione neque solatiis opus est» (Tac., Hist., II, 47).