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Pagina:Gioberti - Del rinnovamento civile d'Italia, vol. 3, 1912 - BEIC 1833665.djvu/304

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296 del rinnovamento civile d’italia


dei Giustiniani all’imperatore?[1]. Niuno dee stupirsi che l’aringa «miserabile», come la chiama il Guicciardini, ricevesse una risposta atroce, piena di «crudeltá tedesca» e di «barbara insolenza»[2], imperocché altra sorte non meritano i governi ed i popoli che si perdono d’animo e si avviliscono nell’infortunio. Né le brutte vergogne sono finite ai dí nostri. Quasi che non bastassero quelle che giá abbiamo veduto, eccovi che i ministri sardi spediscono un cortigiano a ossequiare l’oppressore d’Italia su quel suolo medesimo cui testé consacravano i sudori di Carlo Alberto e il sangue de’ suoi prodi. A che prò il vituperio? Temete forse che, rifiutando di adorare il rampollo imperiale, egli assalga il Piemonte? Né io giá oso riprendere un tal procedere, dappoiché si è gridata la guerra impossibile. Ma arrossisco che mentre i milanesi, benché sudditi ed esposti alle vendette del barbaro, lo costrinsero col loro contegno (il cielo li benedica!) a ritirarsi quasi in fuga, i ministri di un re libero e italiano facciano atto di vassallaggio. O esempi magnanimi dei nostri antichi padri, dove siete voi? e se non ci dá il cuore d’imitarvi nelle cose piccole, come potremo nelle grandissime? Ma non può procurare e mantenere la dignitá patria chi antipone la salvezza all’onore e alla fama. Gli antichi erano in vita generosi ed invitti, perché sapevano esser tali eziandio in sul morire. Pompeo Magno non mise un sol grido né disse una parola a colui che lo feriva[3]; e il suo grande avversario, abbandonando il proprio corpo agli uccisori, ebbe cura di comporlo e atteggiarlo con verecondia. Tanto quei gloriosi erano teneri del decoro! Se l’Italia non si risolve a mutar costume, il suo cadavere non avrá pure gli onori funebri né il compianto delle nazioni, e un obbrobrio eterno senza speranza sottentrerá in breve ai voti e agli augúri del Rinnovamento.



  1. Guicciardini, Storie, viii, 2; ix, 1.
  2. Ibid., ix, 1.
  3. «Nullo gemitu consensit ad ictum» (Luc., Phars., viii, 618).

fine del secondo libro e dell'opera.