Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/43

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

27


realizza d’un tratto, tra i soldati combattenti, l’esemplare d’una società ideale come potrebbe vagheggiarla il più incontentabile moralista, il filosofo più sognatore, una società come ce la fa intravvedere il Vangelo, mentre ce la promette sicuramente come premio al di là, una società dove gli uomini si amano e si soccorrono per un impulso irresistibile d’affetto, dove non cercano di danneggiarsi o di ingannarsi, perchè sanno che il danno e la menzogna sono funesti a tutti e a ciascuno, dove non si oltraggiano e si disonorano colla diffidenza reciproca.

Parlando così, s’intende, sono un po’ ottimista. La guerra in sé non ammaestra nessuno. Tu ed io sappiamo bene che al mondo non c’è nulla capace di render gli uomini migliori, né la pace, né la guerra, né l’esperienza, né la scienza, né l’educazione, nulla all’infuori della grazia del Signore.

Però la guerra, come tutti i grandi flagelli da cui è tribolato il genere umano, ha questo di buono, che mette in rilievo il fondo vero della natura umana, la palesa com’è, in tutto quello che ha di abbietto o di nobilissimo,