Pagina:Gli amori pastorali di Dafni e Cloe.djvu/6

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vii

tista francioso della stirpe de’ nostri trecentisti. E soggiunse d’Amyot «Di carissima semplicità supera il nostro marchigiano e supera anche il greco.»

Il Giordani non lodava gli arbitrj presi nel condurre questa versione dal Caro, il quale perchè non uscendo dal greco gli tornava cosa secca, l’aveva ingrassata con di molta ciarpa e rimesso e scommesso in molti luoghi. «Io per me, diceva il piacentino retore, i greci e i latini li vorrei tradotti come il Seneca e il Dionigi (volgarizzati da lui!). Non comporto questo volerli slargare, abbellire, commentare, traducendo... oh, quel greco meriterebbe veramente una traduzione fedelissima; e io la farei volentieri!»

Se non che temiamo che non l’avrebbe nè vinta nè impattata col Caro, avendola perduta con lui Gaspare Gozzi, che fu l’erede proprio della festività e gentilezza del suo stile. Nel 1766 per le nozze Barziza e Venier, uscì in Venezia presso Modesto Fenzo la versione del veneziano, che non fece come il Caro, il quale si compiacque negl’ignudi, e rubò alcuna cosa all’immaginazione dell’Aretino per illustrarli, come nella lezione di Licenia, esempio delle moderne nobili attempate spupillatrici — Il Gozzi velò le parti disoneste; il che tuttavia è segno della coscienza di peccati commessi e di tempi rei, se crediamo alla Bibbia; egli poi modificò sì bene, dice il Ciampi, il fatto del parassito Gnatone, che può anche anteporsi all’originale. Se non che l’originale perde così la sua verità greca, che era