Pagina:Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87.djvu/146

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vare a Roma era cotanto vivo, e cresceva per tal modo ad ogni istante, che non mi riusciva possibile il fermarmi, e non mi trattenni più di tre ore a Firenze. Ora mi trovo qui in calma, e pare avrò questa per tutta la mia vita. Imperocchè, si può dire cominciare una vita nuova, allorquando si vedono co’ propri occhi, ed in complesso, quelle cose le quali si conoscono unicamente per relazione, ed in parte soltanto. Vedo ora qui avverati i sogni della mia prima gioventù; vedo nella loro realtà le prime stampe di cui abbia memoria, quelle viste di Roma, le quali stavano appese alle pareti dell’anticamera, nella casa paterna; vedo ora nella loro realtà esposti tutti a miei sguardi, quegli oggetti che già conoscevo dai dipinti, dai disegni, dalle incisioni in rame ed in legno, dalle riproduzioni in gesso, ed in sughero; dovunque io mi aggiro, trovo una conoscenza, in un mondo nuovo; tutto mi riesce nuovo, ad onta sia ogni cosa, quale io me la rappresentavo. E potrei dirne altrettanto delle mie idee, delle mie osservazioni. Non ho avuto pensieri nuovi; non ho trovata cosa che già io non conoscessi, ma le mie antiche idee sono cotanto vive, cotanto precise, cotanto connesse, che io le posso ritenere nuove.

Nella stessa guisa Pigmalione che aveva formata la sua statua cotanto a norma de’ suoi desideri, dando a quella tanta verità, e tanta vita, quanto ne può dare un artista, dovette pure trovarla diversa, allorquando il marmo animato muovendo incontro a lui gli disse: «io sono quella!»

E parimenti mi dovrà giovare il trovarmi a contatto di un popolo totalmente sensuale, intorno al quale tanto si è parlato e scritto, e che giudica tutti i forastieri a norma delle sue proprie idee. Sono disposto a perdonare, a chi lo trascina, e lo disapprova; è troppa la differenza che passa fra noi, ed il trovarsi nella qualità di forastiero in relazione con esso, è difficile, e costoso.