Pagina:Goldoni - Memorie, Sonzogno, 1888.djvu/304

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302 parte terza


signora Ruette, e la signorina Colomba unitamente ad Adelina sua sorella, la prima per la sua bella voce, l’altra per la elegante maniera della sua azione, fanno del pari onore all’Italia ove son nate. La signora Du Gazon può dirsi la delizia di questo spettacolo. La signorina Desbrosses va inoltrandosi a gran passi sulle tracce di lei; e la signorina Renaud, di quindici anni, arricchisce con la perfezione del suo canto e la naturalezza delle sue grazie il sopraddetto spettacolo, e annunzia disposizioni nell’arte, che non possono svolgersi se non col tempo. Fui presente, un anno fa, alle prime prove della signorina Rinaldi, che fu dal pubblico molto applaudita, ed il giornale di Parigi ne ha detto il giorno dopo tutto il bene possibile. Essa fu scritturata a provvisione, ma dopo la prima volta non si vide più comparire sulla scena; la quantità di principianti accettate in quell’anno, ne potrebbe essere stata la causa; ma è sperabile che la signorina Rinaldi torni a sostenere una qualche parte nella commedia, e che per conseguenza sia nuovamente resa giustizia ai suoi meriti, ai suoi costumi e alla sua condotta.

Il Teatro italiano è fortunato in autori quanto in attori, e gli uni e gli altri sono in egual modo ben trattati e ben ricompensati; infatti i poeti ed i maestri di cappella hanno diritto alla nona parte dell’introito per un lavoro drammatico di tre o di cinque atti, del duodecimo per una composizione di due, e del decimo ottavo per una di un atto solo. Havvi inoltre al Teatro comico italiano il fondo di due pensioni annue, una per il poeta, l’altra per il maestro di cappella che più si siano resi celebri. Vi è anche in questo teatro un altro vantaggio considerevole per gli autori, ed è che non perdono mai i diritti sulle loro composizioni, poichè sono sempre a parte della stabilita ripartizione, distribuiscono gratis biglietti ad ogni rappresentazione delle loro opere, e quelle che il pubblico non ha male accolte, sono inserite nel repertorio settimanale; dimodochè non vanno mai a terra. In conseguenza di tali vantaggi ho avuto più di una volta la tentazione di cedere alle istigazioni di alcuni maestri di cappella, che spessissimo, anzi quasi ogni giorno, mi dimandavano qualche composizione per il teatro buffo; onde dopo aver veduto, riveduto e bene esaminato, credei di essere al possesso della maniera necessaria per piacere ai Francesi, e feci tutti gli sforzi possibili per mettere insieme un’operetta in due atti intitolata la Bouillotte. Questo vocabolo non si trova in alcun dizionario, ma è notissimo a Parigi: è un giuoco di carte; è in sostanza un brelan in cinque, i cui giri non sono nè fissi, nè segnati. Chi perde il suo banco, esce, e vi subentra un altro. In queste partite vi sono ordinariamente tre o quattro persone, che non entrano in giuoco da principio, ma aspettano che i più sfortunati escano per prender posto; così gli uni entrano successivamente dopo gli altri. Questo moto perpetuo, e il numero delle persone interessate in un’istessa partita cagionano una specie di bollore, d’onde appunto deriva il nome di bouillotte. Nel capitolo seguente si vedrà che cosa era l’operetta da me immaginata.