Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/318

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264 ATTO PRIMO


Leandro. Ma intanto si dirà che noi ancora siamo della partita di quelli che aiutano a precipitarlo.

Clarice. Questa è una cosa, che mi dà da pensare.

Ottavio. Ed io non me ne prendo verun fastidio. Intanto che siamo qui, vedremo con più chiarezza lo stato e la condotta del signor Momolo, e ci regoleremo.

Leandro. Dicono che il signor Momolo, fra le altre sue belle qualità, abbia quella di essere un poco libertino.

Ottavio. Mia sorella è una vedova, saprà regolarsi.

Clarice. Egli è vero; non ho soggezione di lui, ma vi prego non lasciarmi sola.

Ottavio. Povera ragazza! vi fidate poco di voi medesima.

Clarice. Voi non avete che barzellette pel capo.

Leandro. La signora Clarice merita più rispetto. E per procacciarsi un secondo marito non ha bisogno di correr dietro a nessuno. Non le mancheranno partiti più convenienti.

Ottavio. Via, se ne avete qualcheduno più pronto, esibitelo; mia sorella mi pare annoiata della sua vedovanza.

Clarice. Voi non sapete quel che vi dite. (ad Ottavio)

Ottavio. Eh sì, vi conosco negli occhi.

Leandro. Il partito non è lontano, ma chi vi aspira non ardisce spiegarsi.

Clarice. Dite da vero, signor Leandro?

Leandro. Non ardirei su tal proposito di scherzare.

Ottavio. Ho capito. Il signor cugino vorrebbe stringere la parentela.

Leandro. Signore astrologo....

Clarice. Ecco il signor Momolo.

SCENA XI.

Momolo e detti.

Momolo. Servitor umilissimo de sti patroni. Siora Clarice, con tutto el cuor. Perchè in pie? perchè no se sentela?

Clarice. Son stata seduta tanto in burchiello, che ne sono annoiata.

Momolo. Eh via, che la se senta, che discorreremo un pochette. (Va a prender due sedie, una per Clarice e l’altra per lui)