Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/339

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IL PRODIGO 285

SCENA VI.

Leandro e detti.

Leandro. E permesso avanzarmi?

Ottavio. Caro amico, è superfluo che l domandiate.

Leandro. Non vorrei interrompere il vostro ragionamento.

Clarice. Infatti si trattava qui fra di noi di un domestico affare.

Leandro. Partirò dunque...

Ottavio. No, no, restate, che il discorso nostro era già finito.

Leandro. Pare che la signora Clarice non mi vegga più di buon occhio.

Ottavio. V’ingannate. Mia sorella ha per voi quella stima che meritate.

Leandro. Che voi lo diciate è un effetto di gentilezza; ma ella non sarà in istato di confermarlo.

Clarice. Sarebbe una bella virtù la vostra, se arrivasse a conoscere sì facilmente l’interno delle persone.

Leandro. Dai segni esterni si conosce l’interno.

Clarice. Quali sono quei segni, che in me vi par di vedere contrari alla vostra buona intenzione?

Leandro. Altre volte, signora, quand’io aveva l’onore di presentarmi a voi, i vostri occhi mi guardavano più dolcemente.

Clarice. Non sapeva che gli occhi miei fossero diventati amari.

Leandro. Deridetemi, che ben lo merito.

Ottavio. Non vi piccate per questo; caro amico, sapete che le donne sono qualche volta bizzarre.

Leandro. Dello spirito della signora Clarice sono assai bene informato, e so di certo ch’ella non suole parlare a caso.

Clarice. A caso parlano i bambini e gli stolidi, io non credo di essere nè l’uno, nè l’altro.

Leandro. Appunto perchè non siete nè stolida, nè bambina...

Ottavio. Orsù, tronchiamo questo discorso. Avete veduto il signor Momolo? Vi siete pacificati? (a Leandro)

Leandro. Ve l’ho detto, e ve lo ridico: è superfluo gettar le parole con quello sciocco.