Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/549

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in questo punto, alla presenza de’ miei figliuoli e di tutti questi signori, non più per verba de futuro, ma per verba de prasenti, son pronto a darvi la mano ed a sposarvi.

Florindo. (Stelle! che sento!) (da sé)

Lelio. Male si accoppieranno le vostre nevicanti canizie coli’igneo bollente sangue di una effervescente pulcella.

Dottore. Signore, in questo lasci pensare a me.

Rosaura. Confesso ch’io non merito 1’onore che voi mi fate. Più indegna però me ne renderei, se avessi la viltà di ricusarlo. Disponete dunque di me e del mio cuore. Sono vostra, se mi volete. (Florindo si cangia di colore). (da sé)

Dottore. Signori, abbiano la bontà di servire per testimoni. Rosaura ora sarà mia moglie. Venite cara, datemi la vostra mano.

Rosaura. (Florindo smania), (da sé) Eccola.

Florindo. (5’alza) Signor padre, fermatevi. Non sia mai vero, ch’io soffra r esecuzione di un tal matrimonio.

Dottore. Come? Perchè? Spiegati; che obbietti puoi addurre per dissuadermi?

Florindo. Mille ne posso addurre. La vostra età, la sua condizione, il pregiudizio della vostra famiglia, il pericolo della vostra vita, le derisioni de’ vostri amici, la vostra estimazione e poi quello ch’io taccio, ma che pur troppo a Rosaura è palese.

Dottore. Di tutto quello che hai detto, non ne fo caso; mi rende ombra quel che tu taci; parla dunque e levami diC) ogni sospetto.

Florindo. Voi non potete, voi non dovete sposare Rosaura. Tanto vi basti; non posso dirvi di più.

Rosaura. Signore, vostro figlio offende 1’onor mio; egli vuol farmi credere indegna di voi per colpa mia, il che non è vero; fatelo parlare, altrimenti alla presenza di tutti lo dichiaro per mentitore.

Florindo. (Che laberinto è mai questo! Se non vi fosse Isabella,) parlerei con più di libertà), (da sé) Signore, licenziamo la conver- sazione; tra voi e me (2) dirowi ogni cosa.

Rosaura. Come! Mi meraviglio. In pubblico avete offesa la mia (1) Bettin.: da. (2) Bettin.: da voi a me.