Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/107

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Beatrice. Ed io dico che, se in casa non vi è più mio figlio, non ci voglio più venir nemmen io.

Pancrazio. A buon viaggio.

Beatrice. La mia dote?

Pancrazio. La sarà pronta.

Beatrice. Andrò a viver co’ miei parenti.

Pancrazio. Così starete meglio voi e starò meglio ancor io.

Beatrice. Basta, ne discorreremo.

Pancrazio. Benissimo! Quando volete. Intanto per finire tutto con buona grazia, signor Geronio, potremmo fare un’altra cosa.

Geronio. Dite pure, voi siete padron di tutto.

Pancrazio. Non avete detto che dareste una vostra figlia a mio figliuolo?

Geronio. Per,me son contentissimo.

Pancrazio. Lelio che cosa dice?

Lelio. La stimerò mia fortuna.

Pancrazio. E la signora Eleonora?

Eleonora. Non posso desiderare maggior felicità.

Beatrice. Ora in casa non ci starei un momento. Vado da mio fratello, e mzmdatemi la mia dote. (parte)

Pancrazio. Sarete servita. Non poteva desiderar di meglio.

Fiammetta. Ed io, meschina, che farò.

Pancrazio. E giusto che ancora tu resti consolata. Trovati marito ed io ti prometto la dote. Ecco tutto aggiustato. La bacchettona è condannata a far davvero quello che faceva per finzione. Florindo è andato a purgare in mare i falli che ha fatto in terra. L’innocenza di Lelio è ricompensata. La bontà della signora Eleonora è premiata. Fiammetta è risarcita de’ suoi danni. Geronio è contento, lo son consolato, e mia moglie si è castigata da sé medesima. Spero che il mondo, sciente di questo fatto, dirà che io non ho mancato al mio debito. Fine della Commedia.