Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/153

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SCENA VIII.
Lelio e detti.

Lelio. Signor padre

Pantalone. Bravo sior, dove seu sta fin adesso?

Lelio. Sono stato nel negozio del signor Fabrizio Ardenti ad aggiustar quel conto delle lane di Spagna.

Ottavio. (Non gli credete; non sarà vero). (piano a Pantalone)

Pantalone. Scusè, scusè, sior. Sarè stà a baronando.

Lelio. Tenete, questi sono trecento scudi ch’egli mi ha dati per resto e saldo de’ nostri conti. (dà una borsa a Pantalone)

Pantalone. (Prende la borsa e guarda Ottavio.)

Ottavio. (Era meglio che fossi andato con lui; forse forse averci buscato qualche cosa sui trecento scudi). (da sè)

Pantalone. Aveu vardà ben tutte le partie del dar e de l’aver?

Lelio. Esattissimamente. Le ho riscontrate tre volte. Son stato più di due ore attentissimo, che quasi non ci vedevo più dall’applicazione.

Ottavio. Vede, signor Pantalone? Tutto frutto delle mie lezioni. Un buon maestro fa un buon scolaro.

Pantalone. Mo, se disevi che no l’impara gnente.

Ottavio. Dai, dai; pesta, pesta, qualche cosa ha da imparare.

Lelio. Ho imparato più da me che dalla sua assistenza.

Ottavio. Oh ingratissimo uomo! Il cielo vi castigherà.

Lelio. Bravo, bravissimo. Ci conosciamo.

Pantalone. A monte, a monte. Diseme, caro sior, perchè andar via co sta mala grazia dal maestro e da vostro fradelo? Perchè impiantarli senza dirghe niente?

Lelio. Io glielo ho detto. Il signor Fabrizio mi ha chiamato. Ho chiesto licenza al signor maestro...

Ottavio. Io non vi ho sentito.

Lelio. L’ho pregato d’aspettarmi un momento.

Ottavio. Non vi ho sentito.

Lelio. E quando mi ha detto il signor Fabrizio che andassi al