Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/325

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entra furiosamente il vento; basta chiuderne una, perchè il vento si moderi.

Dottore. La mia collera è un vento, che in casa non fa rumore.

Giacinto. Sì, è vero; è un vento leggiero; ma tanto fino ed acuto, che penetra nelle midolle dell’ossa.

Doralice. Vuol atterrar tutti colla sua furia.

Giacinto. E voi non vi perdete (1) colla vostra flemma. DoR ALICE. Sempre mette in campo la sua nobiltà.

Giacinto. E voi la vostra dote.

Doralice. La mia dote è vera.

Giacinto. E la sua nobiltà non è una cosa ideale.

Doralice. Dunque date ragione a vostra madre, e date torto a me?

Giacinto. Vi do ragione, quando l’avete.

Doralice. Ho forse torto a pretendere d’esser vestita decentemente?

Giacinto. No, ma per mia madre desidero che abbiate un poco più di rispetto.

Doralice. Orsù, sapete che farò? Per rispettarla, per non inquietarla, anderò a star con mio padre.

Giacinto. Vedete? Ecco il vento leggiero leggiero, ma fino ed acuto. Con tutta placidezza vorreste fare la peggior cosa del mondo.

Doralice. Farei si gran male a tornar con mio padre?

Giacinto. Fareste malissimo a lasciare il marito.

Doralice. Potete venire ancor voi.

Giacinto. Ed io farei peggio ad uscire di casa mia.

Doralice. Dunque stiamo qui, e tiriamo avanti così.

Giacinto. E poco che siete in casa.

Doralice. Dal buon mattino si conosce qual esser debba la buona sera.

Giacinto. Mia madre vi prenderà amore.

Doralice. Non lo credo.

Giacinto. Procurate di farvi ben volere.

Doralice. E impossibile con quella bestia.

Giacinto. Bestia a mia madre?

Doralice. Sì, bestia; è una bestia. (1) Bettin.: fole slare; Paper.: siale.