Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/331

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SCENA XI.

La contessa ISABELLA, poi il DOTTORE.

Isabella. E diventato un beli umorino costui. Causa quell impertinente di Doralice.

Dottore. Con permissione; posso venire? (di dentro)

Isabella. Venite, Dottore, venite.

Dottore. Faccio riverenza alla signora Contessa.

Isabella. e qualche tempo che non vi lasciate vedere.

Dottore. Ho avuto in questi giorni di molti affari.

Isabella. Eh! le amicizie vecchie si raffreddano un poco per volta.

Dottore. Oh signora, mi perdoni. La non può dire così. Dal primo giorno che ella mi ha onorato della sua buona grazia, non può dire che io abbia mancato di servirla in tutto quello che ho potuto.

Isabella. Datemi quella sedia.

Dottore. Subito la servo. (/e porta una sedia)

Isabella. Avete tabacco? (sedendo)

Dottore. Per dirla, mi sono scordato della (’) tabacchiera.

Isabella. Guardate in quel cassettino, che vi è una tabacchiera; portatela qui.

Dottore. Sì signora. (va a prender la tabacchiera)

Isabella. (Mi piace il Dottore, perchè conosce i suoi doveri; non fa come quelli che, quando hanno un poco di confidenza, se ne prendono di soverchio). (da sé)

Dottore. Eccola. (presenta la tabacchiera alla Contessa)

Isabella. Sentite questo tabacco. (gli offerisce il tabacco)

Dottore. Buono per verità.

Isabella. Tenete, ve lo dono.

Dottore. Anche la tabacchiera?

Isabella. Sì, anche la tabacchiera.

Dottore. Oh, le sono bene obbligato.

Isabella. Oggi starete a pranzo con me. (1) Bett.: m’ho scordala la.