Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/407

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Giacinto. Eh, questo è un amico di casa.

Isabella. E amico di casa. Ma a lei ha donato l’orologio.

Giacinto. Il Cavaliere gliel’ha donato?

Isabella. Sì, egli appunto.

Dottore. Mi perdoni s’io entro dove non son chiamato; quell’orologio mi par di conoscerlo, mi par che fosse del signor Pantalone.

Isabella. Cosa sapete voi, che siete vecchio cadente e non ci vedete? Così è; il caro signor Cavaliere ha fatto questo bel regalo alla vostra sposa.

Giacinto. Voi mi mettete in una gran gelosia.

Isabella. Povero figlio! te l’ho detto che sei assassinato. Ecco, non basta che sia una plebea, è anche una fraschetta.

Giacinto. Mi pare ancora impossibile.

Isabella. Lo vedrai, lo vedrai.

Giacinto. In camera d’udienza ci aspettano, se volete venire.

Isabella. Sì, vengo, vengo. (Può essere che mi riesca di scuoprir qualche cosa).

Giacinto. Ma l’orologio?

Isabella. Per ora lo tengo io. Dottore, datemi mano.

Dottore. La servo. Per carità, che la non mi gridi.

Isabella. Via, via, meno ciarle. Contentatevi così.

Dottore. Pazienza. (parte, dando braccio alla Contessa)

Giacinto. Mia madre e mia moglie sono due nemiche. Non so che pensare. Il Cavaliere dare un orologio a mia moglie? Per qual cagione? Andiamo, andiamo. Il tempo scoprirà il vero. (parte)

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SCENA XX.
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Cavaliere. Io non consiglio nessuno; ma parlo come l’intendo.

Isabella. Siete un cavaliere indegno.

Cavaliere. Signora, siete dama, ma non vi conviene perdermi il rispetto.